Quando muore un pensatore autentico, un maestro di cultura, un testimone attento e partecipe della millenaria tensione conoscitiva degli esseri umani, c'è poco da dire: abbiamo perso tutti qualcosa.
Aniello Montano, filosofo e grande studioso di filosofi decisivi come Giordano Bruno e Jean-Paul Sartre, se ne andato. A 74 anni. Una vita passata ad insegnare Storia della Filosofia nelle Università di Napoli, Genova e Salerno, amato dai colleghi e dagli studenti non solo per il suo sapere, ma anche per la sua squisita disponibilità all'ascolto e al dialogo.
Anche con noi di Melagrana è stato amichevole e premuroso, presentando qualche nostro libro e mostrando interesse per le nostre iniziative.
Vogliamo ricordarlo ripubblicando qui una sua recensione, scritta per noi a proposito di un libro di Rino Malinconico.
A questo uomo gentile, a questo uomo coltissimo ed umile ad un tempo, a questo studioso preciso e meticoloso, al professore Aniello Montano, noi di Melagrana diciamo ancora una volta: grazie.
Di seguito vogliamo riproporvi una recensione che il prof. Montano ha fatto al libro "Brindisi a Don Giovanni" di Rino Malinconico, Edizioni Melagrana.
Note su "Brindisi a Don Giovanni"*
Non nascondo di aver nutrito qualche perplessità quando Rino Malinconico mi ha parlato di questo suo libro, annunciandomi che era orchestrato utilizzando generi letterari diversi. Non perché nutrissi riserve o pregiudizi su libri strutturati con forme espressive abitualmente distinte e per lo più destinate a contenuti differenti, ma perché sapevo che ricondurre poi a un punto di coagulo e di convergenza unitaria forme diverse di scrittura non era semplice. Da lettore di lunga durata di Giordano Bruno avevo ammirato nel Nolano anche questa capacità di esporre la filosofia attraverso il genere dialogico e quello poetico, prendendo a modelli per il primo il grande Platone e per il secondo il colto e pulito Luigi Tansillo. E da cultore delle opere di Benedetto Croce avevo ben chiara nella mente la critica del filosofo napoletano all'antica teoria dei generi letterari, riducendole a semplici schemi, utilizzabili indipendentemente dal contenuto da comunicare.
A lettura ultimata, le mie perplessità sono state fugate. Rino Malinconico è riuscito a mantenere in un alveo unitario il dialogo filosofico, il poemetto in terzine in cinque canti, la commedia, il racconto lungo e le quaranta poesie d'amore della chiusura. L'ha potuto fare utilizzando la figura del Don Giovanni come filo conduttore unitario, mostrandone aspetti diversi e collegandolo all'inquietudine dell'età moderna, seppure con densità critiche differenti in ragione del genere letterario adoperato.
Conosco Rino Malinconico da decenni. Ho letto molte delle sue opere. Qualcuna, come il romanzo storico Miserere l'ho discussa anche in pubblico. Apprezzo la sua capacità di scrittura, sorvegliata e pulita. Sottolineo con piacere la determinazione e la cura con le quali, per presentare un personaggio o una dottrina, ricostruisce il clima storico culturale, gli umori politici, le tensioni passionali del periodo di riferimento. Ed il libro, nel suo complesso, è costruito in modo lineare e piano. Attiva il gusto per il ragionamento. E' un invito, ai giovani ma anche agli adulti, a riscoprire l'esaltante avventura della lettura critica e della comprensione della vita nella sua complessità, per evitare di aver vissuto invano.
E’ incentrato sulla figura del Don Giovanni, considerato come "mito filosofico", nella prima parte del libro, e come esperienza esistenziale, nelle parti restanti.
Il dialogo filosofico, mentre richiama storicamente i precedenti della figura letteraria del Don Giovanni, situa la nascita del mito nel Settecento, in particolare nella omonima opera di Wolfgang Amedeus Mozart, su libretto di Lorenzo Da Ponte. La tesi di Malinconico intende accreditare Don Giovanni come l'apertura alla modernità, come il personaggio che segna la nascita dell'individuo, inteso non come esistenza biologica e psicologica determinata, ma come figura del processo storico. Don Giovanni è il personaggio che rappresenterebbe questa innovazione nella storia umana, affrancandosi dalla subordinazione dovuta all'appartenenza a gruppi, a corporazioni, a comunità religiose e via enumerando. Don Giovanni vive questa sua condizione di individuo con una sua specifica identità, attraverso un'intensa e instancabile vitalità. Egli è l'incarnazione della vita che prorompe e che abbatte i recinti in cui era stata confinata e repressa. Per questo suo incarnare l'individuo che usa, anche in modo spregiudicato, la sua acquisita e saputa libertà, Don Giovanni rappresenta "l'apertura alla modernità", laddove l'accento, insiste Malinconico, deve cadere sull'apertura e non tanto sulla modernità. Don Giovanni, infatti, non è ancora il rappresentante della modernità compiuta e realizzata. Alla consapevolezza di essere individuo, infatti, manca l'altra parte che contribuisce a strutturare per intero l'individuo moderno. Difetta dell'intrinseco e inscindibile legame con la comunità, con il collettivo sociale. Nel linguaggio di Malinconico, Don Giovanni incarna la figura del soggetto e non quella della soggettività. E’, cioè, solo una tappa, un momento della laboriosa e storica costruzione della soggettività, intesa come "slargarsi" del soggetto, come il "suo continuo avventurarsi nel mondo", ricostruendo e strutturandone il contenuto nella propria cosciente razionalità.
Figlio del Settecento, Don Giovanni rappresenta la rivendicazione dei diritti dell'individuo, ma non l'accettazione dei doveri. E’, sì, l'individuo affrancato dalle corporazioni, ma non è ancora il "cittadino", l'uomo nuovo della modernità, che nasce con la rivoluzione francese e con la cultura giacobina. Don Giovanni rappresenta lo stadio astratto rispetto alla concretezza del "cittadino". È, e rimane, un individuo eslege, incapace di incarnare il soggetto attivo nello spazio pubblico. Rappresenta il primo stadio della costruzione del soggetto in relazione stretta sta con alla società: lo stadio della trasgressione, della rottura delle regole e degli steccati in cui l'individuo era imprigionato.
Ed è un Don Giovanni che non ha niente a che fare con la figura dallo stesso nome presente in Aut Aut di Kierkegaard, la cui intonazione è tutta calibrata sull'etica e non sullo sviluppo delle figure che incarnano il processo storico psico. Anzi, per essere una filosofia incentrata sul singolo e sulla categoria della possibilità, quella del filosofo danese esclude in partenza la possibilità di intessere un rapporto tra l'io e il noi, tra l'individuo e la società.
Don Giovanni è, per Malinconico, l'incarnazione del vitalismo erotico, che ha come corrispettivo il vitalismo intellettuale del secolo dei Lumi, del secolo che aveva prodotto l'individuo e la ragione, ma che non li aveva saputi sintetizzare. Li aveva lasciati l'uno accanto all'altro, ma non l'uno dialetticamente intrecciato con l'altro. Aveva lasciato all'individuo l'ansia di agire, di realizzare la propria libertà e la propria ricerca del piacere, e alla ragione l'organizzazione dell'ordine sistematico, realizzato con le leggi e con gli obblighi.
Le due figure, dell'individuo e della ragione, sembrano espresse entrambe dal massonico Mozart, anche se in due opere diverse, il Don Giovanni, appunto, e Il flauto magico. In questo riferimento all'opera della massoneria, impegnata a mettere insieme vitalità dell'individuo e ordine della ragione in una atmosfera misteriosofica, Malinconico è sulla linea interpretativa di Giuseppe Giarrizzo (Massoneria e illuminismo nell'Europa del Settecento, Marsilio, Venezia 1994). Per Malinconico, infatti, la massoneria è espressione piena della cultura illuministica, anche se, per la sua coloritura iniziatica, finisce per penalizzare tanto la libertà dell'individuo quanto la piena realizzazione della ragione.
Dopo aver precisato la carica semantica dei termini del lessico greco indicanti le diverse forme dell'amore (eros, l'amore che cerca l'altro; agàpe, l'amore che accoglie l'altro; philìa, l'amore che intesse collaborazioni con l'altro; pathos, la passione per l'altro non cercata e non accolta), Don Giovanni si presenta non come "una mera variante dell'amore", ma come "quel che resta dopo il cammino dell'io dentro l'amore". E quel che resta è la consapevolezza dell'esistenza in quanto incertezza e incompiutezza.
Lo schema interpretativo di Malinconico è tutto sotto il segno del farsi della vita dello spirito di Hegel, di una filosofia che è sempre e tutta filosofia del pensiero. Don Giovanni diventa, così, una figura dello spirito, una tappa obbligata è necessitata del cammino dello spirito, inteso come razionalità attiva, realizzantesi nella storia. E, per esser una "figura" del processo dialettico – l'individuo che rivendica la propria autonomia e libertà -, deve occupare quel posto nello sviluppo della vita dell'umanità e deve fare il suo ingresso sulla scena del mondo in quel determinato e preciso momento storico.
Don Giovanni è l'io che si realizza senza prestare attenzione agli altri. Non avverte né rispetta il mondo è il dolore altrui. E' l'io che, conquistata la sua identità come vivente, va oltre la spontaneità naturale e vuole realizzarsi in modo assoluto. Don Giovanni, però, mentre non si cura del male, rappresenta anche la vitalità sconfitta. Ed è proprio nella situazione di sconfitto – avverte Malinconico – che lo sentiamo vicino e lo avvertiamo come l'avvio della modernità. La sua è una sconfitta inflittagli dal tempo in cui è nato come "mito", da quel Settecento, che non è ancora capace di padroneggiare teoreticamente il male. Don Giovanni, nell'interpretazione di Malinconico, si situa, perciò, lungo lo stretto crinale che separa il premoderno dal moderno.
Uno dei criteri per misurare la distanza tra l'una e l'altra tappa storica è proprio il modo di sentire e vivere il male. Il Settecento, afferma Malinconico, non è attrezzato a combattere il male. Non è in grado di affermare pienamente il primato dell'umano sul naturale. Di fronte al male ha mantenuto l'atteggiamento rassegnato (il male c'è che non possiamo cancellarlo dal mondo), o quello negazionista (il male è la via per la redenzione oppure l'altra faccia del piacere). La modernità di fronte al male ha avuto, invece, un atteggiamento di sfida: il male va affrontato e combattuto.. È il titanismo, inneggiante alla vita come cimento e come lotta contro ogni sorta di limite e di finitezza, come slancio verso l'infinito.
Tale atteggiamento intellettuale è il portato della dialettica hegeliana di tipo oppositorio. Per questo tipo di dialettica ogni ostacolo che si presenta l'umanità, per essere un limite alla affermazione della pura razionalità, deve essere superato: la coscienza in atto deve segnare il sopravvento sul fatto, l'attività dello spirito sulla passività della natura.. E’ lo schema hegeliano dell'interpretazione della storia, tutto incentrato su due categorie, quella dello sviluppo e quella del precorrimento. Nella catena logica che lega la storia in una struttura unitaria e progressiva, ogni momento sviluppa quello precedente e precorre quello successivo.
Don Giovanni, in questa catena, precorre la figura del cittadino avvenuta realizzazione piena con la rivoluzione francese, ma sviluppa e porta maturazione i germi indistinti dell'individualità, seppure astratta, che si erano già presentati come precorrimenti nell'età comunale e nel Rinascimento. In virtù di questo modello, Don Giovanni può essere considerato come l'apertura alla modernità, che doveva realizzarsi nel Settecento e con l'illuminismo, non inteso come forma mentis, come atteggiamento intellettuale, ma come preciso momento storico. Non poteva verificarsi né prima né dopo.
Proprio per l'adozione di questo modello ermeneutico, altre figure della cultura artistico-letteraria e filosofica, che hanno, o perlomeno potrebbero avere, le caratteristiche necessarie per rappresentare e testimoniare questa apertura alla modernità, non sono considerate. Una tra le tante: la figura di Giordano Bruno. Il Nolano è l'individuo che incarna la lotta contro tutti i limiti e le costrizioni, scientifiche, politiche e morali. E’ stato, come l'hanno definito molti interpreti, “l’araldo del libero pensiero”, della parresìa, della sfida all'idea del finito, del passaggio dal mondo cognito e rassicurante all'universo infinito incognito e inquietante. È perfettamente consapevole della funzione strumentale della politica e della religione, considerandole buone solo se sono al servizio del “convitto di popoli” e utili solo se contribuiscono a incrementare la “civile conversazione”. E’, perciò, il filosofo della comunità. Ha un'idea di pace da costruire con l’impegno e con la lotta contro gli egoismi e i particolarismi. Vive e tematizza concettualmente l'inquietudine e la precarietà dell'esistenza e lo slancio, o meglio il “furore”, della ricerca intellettuale dell'unità, nella consapevolezza presagita e sofferta della sconfitta finale, accettata peraltro a testa alta e in atteggiamento di sfida contro la più potente autorità del tempo. “Certamente pronunciate la sentenza contro di me con maggiore timore di quanto io ne provi nel subirla”: è la frase pronunciata al cospetto del tribunale che lo condannava al rogo.
Tutta l'inquietudine morale, civile, politica di Bruno, nell'interpretazione hegeliana non trova posto. A Hegel, di Bruno interessa esclusivamente la metafisica della sostanza. Per lui, il Nolano è il filosofo della “sostanza” nella manifestazione reale e necessaria dell'ideale. E il merito storico di Bruno, nello sviluppo del farsi della coscienza e nel cammino dello spirito verso l'autocoscienza, è di sollevare se stesso e l’intera condizione umana all'unica universale sostanzialità, superando la separazione della coscienza dalla natura. Questa “unica universale sostanzialità” è l'identità del Deus super omnia e del Deus in omnibus, in breve l'identità di Dio con la Natura. Tutto il resto è trascurato, considerato implicitamente come attinente alla biografia dell'uomo Bruno e non al suo ruolo di figura attiva nel cammino storico dello spirito.
Fin qui, dunque, il dialogo filosofico, incentrato sul tema “Dell'individuo e del moderno”, e la chiarificazione sul modello interpretativo utilizzato. Nelle altre parti del libro il discorso insiste maggiormente sulla fragilità e sul depotenziamento della tensione erotico-vitalistica del personaggio. Don Giovanni, per Malinconico, indipendentemente dal ruolo storico incarnato dal “mito” che porta il suo nome, rappresenta la consapevolezza della condizione di finezza e della morte come limite e compimento estremo dell'individuo.
In una sequenza di terzine, articolata in cinque “canti”, c'è la raffigurazione di un Don Giovanni maturo o invecchiato. Nel primo “canto”, immaginando prossima la morte, si arrende alla “fralezza” della natura umana esclamando: “ed accettai seren la sepoltura”. Nel secondo, dedicato all'amore, il grande seduttore rispetta fino in fondo la purezza di una giovane per la quale prova, ricambiato, sincero amore. E, con un tono misto di delicatezza e di malinconia, esclama: “Strano destin d’aver sino all'uscita / il pensiero fisso di due labbra belle / appena carezzate con le dita. /Ma solo allora io toccai le stelle”. Nel terzo, dedicato all'odiare, dopo aver distinto l'odio ingiusto verso i diversi per lingua o per religione da quello giusto verso i sopraffattori dei deboli, Don Giovanni afferma che l'odio ferisce sempre, e non solo chi lo subisce ma anche chi lo pratica. Nel quarto, dedicato alla speranza, avverte questo moto dell'animo come sentimento doloroso, che accompagna tutta l’esistenza umane insediata continuamente dalla morte. Nel quinto, dedicato al ricordare, avverte la profonda amarezza prodotta dal ricordo del piacere passato non più ripetibile, fino a invocare la morte: “E se la morte chiama, a lei rispondo: / serrami l’uscio e butta via le chiavi.”
La stessa amarezza per l'inconsistenza della vita umana e delle esperienze, anche le più belle, si trova nella commedia “Allegro ma non troppo”. A mostrarla basti una sola battuta. Don Giovanni, qui nelle vesti di un fantasma evocato e temuto, rivolto a Madame e Marta, due figure femminile della pièce, afferma: “Che illusione perfida e raffinata codesto discorrere dell’amore… Amarsi è solo un attimo: questa è la verità. In quell'attimo ci pare tutto possibile, anche venir fuori dalla nostra solitudine, la solitudine di ciascuno di noi, e ci tocchiamo l’un l’altro… così… ma subito dopo… dopo torniamo nel nostro piccolo, smisurato universo… chiuso, serrato… subito dopo… nel silenzio che ci imprigiona… E non resta più nulla”.
Nel racconto lungo, I commedianti, viene in primo piano la durezza della vita in tutta la sua drammaticità. Il protagonista, un commediante appunto, avverte che le sue recite, intese a occultare il male, a sublimare il dolore, a rasserenare l'esistenza, di fronte alla morte incombente non valgono a consolarlo o a dargli una identità nelle differenze del reticolo dei rapporti umani. E si augura che i suoi pensieri inespressi possano essere captati da Maria, la donna chiusa con lui e con altri nel carrozzone bloccato, perché in questo modo possa esserci ancora una parvenza di rapporti umani, la cui esigenza è racchiusa nell'esclamazione conclusiva: “Non voglio restar solo”. Chiude il libro una raccolta di quaranta poesie d’amore, composte “Alla maniera di Don Giovanni”. In tutte aleggia un sentimento romantico dell’amore, una tenerezza morbida e delicata, talvolta tanto tenera da sembrare adolescenziale.
La differenza di registro interpretativo, che serpeggia sotto traccia tra la prima parte e le parti restanti del libro, non è improbabile che indichi la compresenza nella personalità di Malinconico di una formazione intellettuale tutta all'insegna della pura razionalità e di una paticità pensosa, incline una certa malinconia. Se nel dialogo filosofico a ragionare delle forme e delle figure della storia è Rino Malinconico, filosofo civile, ammaliato dalla speranza di un’umanità in cammino verso il meglio e attento a scrutare, epoca dopo epoca, la comparsa e il consolidamento delle figure che contrassegnano e marcano le tappe di questo cammino; nelle altre composizioni del libro, a pensare e a scrivere sembra essere Rino Malinconico, poeta e scrittore di intonazione romantica, dai sentimenti delicati, capace di scrutare nell'animo umano, di rappresentarne le pieghe riposte: l'apertura alla vita e all'amore – inteso come sentimento profondo e esclusivo di un uomo e di una donna -, la fedeltà ai vincoli dell'amicizia e della solidarietà fra gli uomini, ma anche il sentimento dell'inanità del vivere, testimoniato e “medicato” dalla morte. Come Flaubert esclamava: “Madame Bovary c’est moi”, così Rino potrebbe affermare: “Don Giovanni sono io”: io che, ottimisticamente, credo nella storia come progresso dello spirito verso il meglio è che avverto tutta la gioia della vita, ed io che, esistenzialisticamente, avverto e patisco la condizione umana denudata di ogni orpello metafisico e segnata dal dolore, dalla finitezza e dalla morte.
Aniello Montano
(*) "Brindisi a Don Giovanni", di Rino Malinconico. Edizioni Melagrana 2010, p. 318